2 - IL SOLCO DI UNA STRADA

La selvaggia libertà di queste genti si scontrò, in un dato momento del quadrante della storia, con le mire espansionistiche di Roma. Nella loro tenace volontà di conquista i Romani, com'è logico, non erano disposti a tollerare ostacoli e fratture.

Lasciamo agli storici il compito di raccontarci le difficoltà che l'esercito romano, fin dai primi scontri del 238 a.C., ebbe a superare tra le gole dei nostri monti. Tatticamente ben più equipaggiato delle disorganizzate tribù, più di una volta esso si vide costretto a subire la loro iniziativa. Dagli inaccessibili nascondigli gli assaliti, in fulminee sortite, tendevano insidie e agguati agli assalitori, avendone spesso ragione (Livio, Hist. rom. 11. 39-40). 

Genova però, porta naturale dal mare all'entroterra e dall'entroterra padano verso le sconfinate vie del mare, era troppo importante ed essenziale perché i Romani, anche a costo di sacrifici, non cercassero di assicurarsela. 

Quale sia stato il rapporto instaurato, se di sottomissione o di confederazione, non è finora chiaro ed è discusso. Sia l'uno come l'altro permetteva comunque a Roma di sviluppare il suo piano, in cui aveva parte precipua e prioritaria il tracciato di quelle strade, che tuttora rappresentano il titolo più prestigioso della romana civiltà. 

E fu proprio una di queste vie ad interessare la nostra zona e a rivelarne una funzione che, con fatali ritorni, si rinnoverà fino ai nostri giorni. 

Il tracciato, aperto dal console A. Postumio Albino nel 148 a.C. e detto perciò via Postumia, mirava ad integrare Genova e il suo immediato entroterra nel più vasto piano romanizzatore dell'Italia Settentrionale. Per esso venivano collegate, mediante l'immissione della Postumia sull'Aemilia, Genova, porto del mare inferum, e Aquileja, metropoli del mare superum. Genova e la Liguria venivano aperte alle correnti civilizzatrici provenienti dalle progredite colonie romane della valle del Po; il mare si accingeva a riversare su queste colonie il suo ricco afflato di universalità e di benessere. Sul percorso della strada si costituiranno centri di irradiazione: Libarna (Serravalle), Derthona (Tortona), Iria (Voghera) e il fenomeno offrirà alle tribù montane, tolte al loro secolare isolamento, possibilità di nuovi incontri, di nuove scelte e opzioni. 

Questo tracciato non è oggi definibile, con assoluta certezza, in tutto il suo sviluppo. Nella zona montuosa nessun reperto decisivo e incontrastato è finora venuto alla luce. Se si accetta il noto criterio dei Romani di "tenir la hauteur" per svilupparsi a quota di sicurezza, e di dirigersi d'impeto al superamento del punti difficili, la orografia dei luoghi non può che confermare la tradizione più costante. La strada, raggiunto Pontedecimo alla confluenza delle due vallate del Riccò e del Verde, doveva inerpicarsi su per la costa di Cesino, solcandola in lungo, risalendo poi verso Pietra Lavezzara là dove un documento di vendita di un fondo "Fontana di Casal" (toponimo tuttora esistente) del 1203 indica la presenza di una strata, che demarca su due lati un terreno. Raggiunto l'avvallamento di Pietra Lavezzara, con altro ardito balzo, conquistava il crinale dell'Appennino e proseguiva in cresta (oggi Pian di Reste) verso la valle Scrivia. Il breve percorso era vigilato da un castello a Pontedecimo (sopravvive il toponimo), da quello di Langasco (anch'esso ancora vivo nella denominazione del luogo) e da quello in Reste, detto " Alianus ", che dovette essere costruito all'uopo; lo rivela la forma tipicamente latina del nome.
Il paesaggio di un tempo

La sentenza di Roma