4 - DOPO LA SENTENZA

Dal luogo, dove la famosa "tavola" è affiorata sotto la zappa del contadino, si potrebbe arguire che essa era stata collocata ad perpetuam rei memoriam su qualche cippo, all'inizio di quel territorio di cui essa parlava.

Le tribù interessate avranno trovato nel suo dispositivo un efficace baluardo della loro tranquillità e del loro avvenire?

Non va passato sotto silenzio che il suo contenuto si inseriva - per pura coincidenza? - in un discorso più ampio e più drammatico della vita di Roma. In quegli stessi anni un Minucio Rufo (della stessa famiglia degli arbitri?) fu il tribuno contrapposto a Caio Gracco e il più autorevole e combattivo avversario delle leggi Sempronie di riforma agraria.

La breve guerra civile, scoppiata a Roma nel 121, denunciava il contrasto tra due correnti che potremmo chiamare la giovane borghesia e la vecchia aristocrazia terriera. Col trionfo di questa, quelle leggi furono gradualmente annullate. I poveri potevano tornare a ipotecare spensieratamente e poi vendere i loro piccoli appezzamenti e i ricchi potevano riprendere a confiscare impunemente il boccone del povero. Il sogno della piccola proprietà italica, patrocinata da Tiberio Gracco, falliva (121 -111 a. C.)

Quali i rapporti del contenuto della nostra sentenza con questo travaglio a largo respiro?

Esaurito momentaneamente, con la pace augustea, lo scopo strategico, la via Postumia si trasformò in via di traffico. Romanizzata la zona e tracciati i nuovi destini le nostre terre maturarono una nuova fisionomia.

Giustamente è stato osservato che Genova, tagliata fuori dalle piste militari delle grandi imprese, cominciò a condurre la sua vita "sonnacchiosa", senza gran che preoccuparsi di quello che altrove stava succedendo, Favorita nel suo innato particolarismo, impegnata tuttavia a trasformarsi mediante i commerci sul mare in un fervido emporium di merci, raggiunse la qualifica di "municipio" e si organizzò mediante una lex, che garantì il suo sviluppo nel programma più ampio della evoluzione politico economica del tempo. E' fuori luogo qui ricercare le diverse fasi di questo sviluppo giuridico - amministrativo. 

Sappiamo che nella Descriptio Italiae totius di Augusto essa è ancora definita oppidum e non le si attribuisce alcuna preminenza sulla regione che la circonda.  

Eppure, giorno su giorno, doveva svilupparsi una sua coscienza, una sua funzione, che le derivava proprio da quella strata, con la quale i Romani avevano arditamente rotto il suo isolazionismo orografico. La pianura padana, ormai intensamente colonizzata, trovava. il suo naturale sbocco verso più vasti orizzonti in Genova e si definiva quella "ragion d'essere" che doveva accompagnare Genova lungo i secoli.  

La funzione, attraverso alterne vicende, assunse dimensioni più definite quando, sul finire del secolo III d.C., Milano divenne sede del Vicarius Italiae. La fortunata posizione geografica della nuova metropoli offriva l'opportunità di un'ampia azione tentacolare: attraverso Ravenna ed Aquileja, sul mare Adriatico e sulle zone dell'est; attraverso Genova, sul mare Tirreno, verso le isole, il Mediterraneo, le zone sud occidentali.  

Questo rapido quadro è utile per immaginare, non potendola descrivere per mancanza di documentazione, la vita delle nostre terre sotto Roma imperiale. E' inutile ripetere che la loro sorte, nell'ambito di una modesta. attività pastorale-agricola, fu condizionata da quel serpeggiante solco battuto, lungo il quale i popoli si muovevano nella faticosa quotidiana costruzione della loro esistenza.  

Al buio dei secoli lontani, alle vicissitudini di ogni genere che hanno cancellato nomi e ricordi, è tenacemente sopravvissuto un toponimo originario: Langasco. Dei suoi abitanti, i castellani langenses ricordati dalla "tavola", conosciamo un nome, quel Plauco figlio di Peliano Peliono che, il 13 dicembre 117 a.C., era a Roma, a, rappresentare davanti al senato la sua gente.  

Memorie di quei tempi potrebbero essere nascoste nel sottosuolo e, forse, attendono una fortunata "divinazione" per farci sentire la loro voce. Nel 1935, in occasione di uno scavo casuale, nei pressi della canonica del paese, fu trovata, coperta da una lastra di pietra, una tomba intatta. Purtroppo mancò il tempestivo intervento responsabile e la tomba andò dispersa. Le ossa furono gettate nella fossa comune del cimitero e una piccola rozza ascia - giudicata del II sec. a. C. - assieme ad un cucchiaio (rinvenuto in altra epoca poco lontano) oggi è custodita da un collezionista del luogo.

La sentenza di Roma

Capitolo secondo