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3 - VESCOVI E MONACI |
Testimoni di, questa vita lontana, oltre le pietre, ci rimangono due atti notarili: uno del 993, redatto "in Villa Langasco", col quale un certo Stefano figlio di Giovanni fa un'ampia donazione di terreni ai propri figli: sono presenti testi con nomi di evidente derivazione longobarda, un Amalbertus, un Lupo, e un Boniprandus. Qualche anno dopo Berto di Leone e la moglie Amelberga vendon metà dei livelli che hanno "de sorte langasina" a un certo Giovanni, detto anche Bonfiglio, il quale a sua volta comprerà altri terreni delle stesse zone: per atto "in plebe S. Stephani", del marzo 1004.
La costituzione della "pieve" - che poi figurerà tra quelle soggette al tributo di una quota parte delle decime alla Curia Arcivescovile e la determinazione dei suoi privilegi non privavano le "ville" di un loro luogo di culto.
Fu
così che, mentre a valle sorgeva il nuovo edificio di S. Stefano, anche gli
abitanti dell'antico insediamento romano davano mano ad una loro chiesa
"rurale", quella di S. Siro, tuttora esistente. Neppure di questa
siamo in grado di indicare una precisa data di nascita. Il titolo che essa porta
comunque e pochi elementi architettonici sopravvissuti alle devastazioni e ai
rifacimenti (la base di un'absidiola, una porzione di muro in pietre quadre
visibili nei fondi, un archetto ad ogive murato nella parte nord-est) indicano
una comune origine con altri edifici ben noti, costruiti sotto l'egida dei
monaci nella nostra regione nei secoli X-XI: S. Siro dì Struppa, S. Siro di
Nervi, S. Siro di Sanremo.
La
nostra zona appartiene quindi a quella vasta trama di operoso risveglio
altomedievale, che fa capo al monachesimo.
Quei duchi e quei re che, come abbiamo detto, ad ,un certo momento si erano trovati ad essere possessori di vasti latifondi finirono col capire che il loro dominio su quelle estensioni non poteva essere che simbolico. Fu allora che, con la tipica psicologia dei neofiti, pensarono di ... conquistarsi dopo la terra il paradiso a buon mercato: moltiplicarono i donativi ai Santi investendone vescovadi e monasteri.
E' così sorsero quei "masserizi". che si fregiavano di nomi venerati, quelle "corti vescovili", che, organizzate, secondo precisi schemi, furono centri propulsori di nuove forme socio-politiche, di nuove strutture economico-amministrative. Alla "corte", generalmente costruita a baluardo, sovrintendeva il "gastaldo" e i beneficiari dei terreni circonvicini, i "livellari", erano obbligati a vegliare a turno durante la notte per la "guaita".
1 primitivi documenti scritti delle nostre terre ci ricordano i fondi di S. Agostino o S. Sabina, di S. Vittore o di N. S. delle Vigne: altrettanti nomi che ci richiamano a centri di vita religiosa della città vicina; le due chiese, S. Stefano e S. Siro, ci ricollegano alle due istituzioni che, tra quei centri della Genova in forte espansione, avevano la preminenza.
Infatti, nel febbraio 1007, il Vescovo di Genova Giovanni II immetteva ad officiare la ex cattedrale di S. Siro i monaci benedettini e vi intronizzava l'abate Pietro. Come appannaggio al novello monastero attribuiva una estesa quantità di terreni, appartenenti alla mensa vescovile, che si sviluppavano in un arco di " masserizi " che andava da Sampierdarena a... Langasco, Voltaggio, Gavi, Tortona, ecc. Il dono era fatto " per amore e riverenza di Dio ", " per riverenza a S. Siro ", vescovo e patrono di Genova, " per rimedio delle anime dei re e degli imperatori e di tutti i fedeli cattolici ", nonché " in perdono dei nostri peccati - diceva il vescovo - e di quelli dei nostri predecessori e successori". I monaci, in segno di buon ricordo del dono ricevuto, avrebbero dovuto offrire alla mensa vescovile, a Pasqua e a Natale, sei tazze (modiolos) di vino e altrettante candele.
Oh! agreste semplicità di un tempo!
Pochi anni dopo, e precisamente nel 1009, non più un vescovo ma un certo Opizo donava a sua volta all'altro monastero di Genova, S. Stefano, un manso situato pure a Langasco, nel luogo detto di S. Stefano, quasi a conferma di precedenti rapporti del cenobio con queste terre; rapporti che, se non siamo in grado di documentare cronologicamente, siamo però autorizzati a supporre nella dinamica di quei tempi.
Sappiamo che, nel febbraio 1024, il vescovo Lamberto faceva una permuta con Arnaldo Giudice, che si professava di nazione e legge Longobarda, cedendo un manso situato a Vignale e ricevendone un altro sito "in loco et fundo Langasco ... " nel luogo detto S. Stefano. Nel 1085 prete Giugo, fu Alamanno, di Langasco, prima di partire per Gerusalemme, lasciava i suoi beni, posti in Langasco, al monastero di S. Siro e il chierico Giovanni fu Ermengardo, che evidentemente li aveva in conduzione, prometteva all'abate di non creare... grane, ricevendo in settembre, da parte dello stesso abate, una garanzia di possesso di almeno una terza parte di quei beni. E le possessioni del monastero si sarebbero ingrandite, negli anni successivi, per compere fatte dai monaci stessi: una terra e alberi dal monastero di S. Tommaso, nel 1164; altri appezzamenti nel 1209, 1220 e 24, da privati.
L'inserimento dei monaci nello sviluppo delle nostre terre appartiene, è vero, a un fenomeno di ben note vaste proporzioni nell'Italia, per non dire nella Europa di quei tempi. Pur tuttavia qui denuncia particolari contingenze del luogo e del momento.
Si
sa che il sec. X rappresentò per la Liguria, e in particolare per Genova, un
periodo di arresto e di stasi nella espansione sui mari. Bisognava ritornare ai
campi; l'arida terra doveva offrire i mezzi di vita che il mare, più che mai
infestato di pericoli, adesso negava. L'iniziativa dei monaci, tesa a spronare e
promuovere a nuova coscienza i "servi della gleba", fu provvidenziale.
Se qui non c'erano vasti latifondi da contendere alla malaria, c'erano terreni
da dissodare, si offriva la possibilità di intessere una rete di "
possessioni " che avrebbe legato tutta la " marittima " fino a
Sanremo (Pegli, Albenga, Ceriana) e tutto l'entroterra fino al Monferrato e al
Tortonese. Si delineano, anzi, al riguardo quasi due direttive, facenti capo
rispettivamente ai due monasteri: quello di S. Sirolungo il tracciato
dell'antica via Postumia: Cesino, Langasco, Voltaggio, Gavi, Capriata, Tortona,
Marengo; quello di S. Stefano, lungo il nuovo percorso, da Làrvego, attraverso
la " cella " di Capanne di Marcarolo, fino a Sezzadio.
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