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- RIGOGLIO DI VITA |
Tenaci reminescenze antiche e recenti apporti etnico-giuridici plasmavano questa nuova coscienza, destinata ad esprimere la nuova " comunità ", di cui la " pieve " era fulcro e simbolo ad un tempo.
Questa
comunità sceglieva in rotazione i propri rappresentanti, per dirigere e
regolare i vicendevoli rapporti: i consoli. Erano questi che emettevano lodi e
stabilivano paci, davano garanzie e decidevano i confini. A titolo
esemplificativo vogliamo ricordare i "Consoli della pieve di Langasco"
dei primi anni del 1200: Anselmo "de Blota" e Oliviero "de
Carulfo"; quelli del 1203: Simone "de Alpexella" e Giovanni di
San Giorgio
Fin dove arrivasse la loro autorità e quale la forma delle decisioni comunitarie lo ricaviamo da un significativo documento della vicina pieve di Ceranesi. Nel 1203 gli uomini di quel luogo desideravano avere ognuno una parte determinata della "bandita comune". Il "popolo della pieve " elesse all'uopo dodici uomini " legali " (di fiducia) che facessero le divisioni "sub sacramento, fideliter et legitime". Ai Consoli il compito di approvare e confermare le fatte divisioni e di immettere ciascuno nel possesso dell'appezzamento assegnato.
La
vita si snodava, giorno su giorno. Dagli atti notarili del tempo essa emerge
nella sua naturalezza e vivacità: compravendita di prati e castagneti, vendita
di... un mulo, o di un albero; il tutto sancito con atto legale. Ricordiamo
qualche aneddoto di questa "storia minore".
Nel 1190 Nicola Capra affittava ai fratelli Basoro e Guglielmo Buongiovanni Rasoro un castagneto (detto cepaxedum) in Langasco: il censo consisterà in 14 soldi e tre paia di capponi che i locatari daranno al padrone ad ogni Natale. In aprile 1203 prete Guglielmo, della chiesa di S. Siro, vende una terra, nel luogo detto cerrum (=Bricco), che confina da una parte con quelle detta novella (=Nuélei) e dall'altra una terra dell'ospedale di S. Giovanni (di Genova o di Reste?) a Bianco di Langasco fu Armando. Il prezzo è già stato saldato dalla costruzione di una casa " in alpexella ". Ad ogni buon fine il sacerdote dichiara, con formula tipica del tempo, di aver già ricevuto l'annuale censo per cent'anni... (annuatim usque ad annum centum). D'agosto dello stesso anno Nicola di Campo fu Enrico, medico, e la moglie Anda locano ad Anselmo Garazo e alla moglie Elena, a Natale di Castello di Coronata e alla moglie Matelda e a Opizzone di Poggio una terra in Langasco, località podium, per dieci anni. I locatari promettono di "tenere, coltivare, migliorare e non deteriorare" detto fondo, di tenerlo chiuso come è sempre stato, di ben coprire la casa e di far crescere il magliuoleto della vigna. Ogni anno dovranno dare, entro otto giorni prima della Natività di Nostro Signore, sette lire genovine e una mina di " castagne verdi gentili ".
Accanto
alla categoria dei contadini, si affermò presto, anche nella nostra zona, il
mestiere dei mulattieri o trasportatori: i ben noti muliones, o vecturiales
della Polcevera, che costituirono un'apposita corporazione con propri statuti,
che ebbero i loro consoli (nel 1202 risulta un Buongiovanni di S. Stefano di
Langasco). Anche in seguito la "podestaria" della nostra zona sarà
tra quelle che offriranno alla corporazione un maggiore contingente.
Il sistema viario di quei tempi, agibile per animali da soma attraverso i valichi e sulla litoranea, immetteva questi pazienti antesignani dei moderni autotrasportatori sulle vie del commercio genovese, facendoli giungere alle fiere più famose, quelle della Provenza e della Champagne.
Potremmo considerare strettamente ad essi vicini tutti quegli individui, che le carte denominavano come "de Langasco", e che troviamo impegnati nelle svariate e attività del tempo, in modo speciale in quelle del commercio.
Particolarmente attivo, a cavallo tra i due secoli, risulta un Ottone de Langasco. Ampio il suo raggio di azione, notevoli, si direbbero, le sue possibilità finanziarie. Egli abitava a Genova, in una casa presso S. Lorenzo, come risulta da un suo atto di garanzia in favore di Prospero di Carpineto. Di frequente contrae società, apportando somme di un certo rilievo; i soci si impegnavano ad agire su piazze diverse: a Tunisi, a Tripoli, a Costantinopoli, come a Ceuta, a Montpellier, a Barcellona. Era anche munifico e imprestava "Pro amore " 60 soldi a Sorlion di Serra, o 3 lire genovesi al compatriota Guglielmo di Langasco; contraeva, nel 1191 una accomàndita con la suocera Berta e, nei primi anni del '200 risulta assai attivo nel commercio dei panni.
Ha comprato infatti, 33 pezze e mezza da Ambrogio di Monaco nel 1201, ed ha contratto un'accomàndita in fustaneis et in cendatis con Bertolotto di Voltri. Da Aldrico Pasturano ha comprato 7 pezze de taculinis de Guado e ha venduto una partita di stanforte a Ugolino da Corte, nel 1205.
Un Vassallo de Langasco, invece, nel 1191 ha contratto una società con Dodo di Chiavari, per concludere affari nel contado di Lione, ha comprato diecine di pezze di fustagno o un verrubio della stessa stoffa da Lorenzo Melzi e li affidava in accomàndita a chi li porterà in Sicilia, o in Catalogna, oppure... dove la galea andrà. Ha contratto, nel '206, una società con Guglielmo Piceno di Canneto: questi aveva apportato 100 genovine di capitale, mentre Vassallo ne impegnava 50. La società avrebbe dovuto trafficare in boteca in rebus emendis et vendendis in un negozio di compra e vendita, per tutta la riviera, da Sestri Levante fino a Ventimiglia, per un anno.
S'incontrano ancora, accanto ad un Oliviero de Langasco, padrone con altri di una nave, i fratelli Pietrobuono e Bertolotto de Langasco, impegnati anch'essi nel commercio di panni. Agiscono sulla Sardegna, dove portano fustagni, e scarlatti, o blavi di Ypres; non fissano mete, ma si affidano a Dio; andranno in oltremare, o "dove concederà loro il Signore di andare all'uscita dal porto di Genova". Erano anche soci con Balduino, monaco di S. Stefano de Porta in Genova, per una bottega in rebus emendis et vendendis. Bertolotto promette di apportare in accomàndita a Guglielmo di Langasco la somma di 4 genovine per un carico di "carne", che la nave detta "Berarda" porterà in Sicilia, o dove Dio vorrà, e gli promette di riportare a Genova l'interesse e il capitale (1205). Nel 1203 aveva, invece, imprestato ad Azone di Piacenza 33 lire e 12 soldi in cambio di 16 once in " tarreni " (monete) " al peso di Messina " mundas ab omni drito et avariis et de iusto peso, che Azone promette di consegnare entro un mese dall'arrivo a Messina della nave detta " Luna ". In pegno Azone consegnava 3 mantelli, 5 pezze di fustagno vergato e 10 sacchetti acaris, pieni di limatura (?) di acciaio.
Altri commercianti de Langasco trattavano di preferenza pellami. Così un Giovanni e Oberto, che, nel 1191, si obbligavano a pagare a Pasquale Marzono la somma notevole di lire 92 e 16 soldi pro beccunis. Lo stesso Giovanni, nel 1206, vendeva a Costanzo de Vercellato e a Raul de Villa nova tanti corduanos per 20 lire. Gisullo e Ugo hanno comprato, nel 1185, pellami da Oglerio Aragno; un Ogerio ha venduto pellami a Bergundrio di Ognaga per 13 lire; un Alberto, nel 1201, è debitore con altri del prezzo di 1300 beccunis, o pelli.
Qualche anno dopo, nel 1225, ecco ancora un Simone, drappiere, che tratta una partita di panni con Sibono, " salico (che si professa di legge salica) de Diano ".
Entrati
nella cerchia degli affari gli oriundi agivano sulle diverse piazze del
commercio genovese. Ne fanno fede quel Vassallo de Langasco che, nel 1276, -
riceveva una somma in accomàndita per trafficare nella colonia genovese in
Oriente, detta Romania; quel Manuele, che risulta incaricato di riscuotere
arnesi e somme per un nolo di grano dal comune di Piombino; altri che, in quegli
stessi anni, operano a Pera, fino a quel Bartolomeo, che, circa un secolo dopo,
siglerà atti a Chilia sul Mar Nero,dichiarandosi " burgense e abitante di
Pera ", divenendovi syndicus ed ambaxiador communis Januae.
Qualcun'altro
di questi nostri antenati si dedicò al servizio delle armi. Fin dal 1274 un
Nicolò de Langasco risulta capitano di una galea, che faceva parte della
flottiglia comandata dall'ammiraglio Oberto Doria, allestita contro Carlo I d'Angiò.
Ad un oriundo di Langasco, Ambrogio, verrà affidato il comando di quattro galee
e di altro naviglio più minuto, mandato nel 1477 dal Duca Gian Galeazzo Maria
Sforza in Corsica, a diversivo della accresciuta pressione che la guarnigione
milanese esercitava sulla città. Anche tra i Genovesi, eroici difensori di
Costantinopoli nel 1457, fu annoverato un Leonardo de Langasco. Di questi
difensori il cronista levantino, Leonardo di Mitilene, dice che furono
paragonabili a Orazio Coclite ed esclama che: nec mori fraeti concussione -
nec machinarum turbine territi - aeternam sibi gloriam vindicant, e cioè: né
prostrati dalla paura di morire, né spaventati dal turbinio delle macchine,
rivendicano per sé eterna gloria.
Di
un'attività artigianale medievale, nella nostra zona, non si hanno espliciti
indizi. Solo qualche nome: un Bernardo, nel 1190, risulta cordovanerio
(calzolaio); un Bonimino fu Guglielmo si dichiara " fabbro ferraio ",
nell' atto 6 dic. 1200 col quale assieme alla madre Pipera vende ad Anselmo
Caffaro un pezzo di terreno, sito in Casali, confinante con una " terra di
S. Siro ".
In
epoca più recente assunse a quanto sembra, un certo sviluppo la piccola
industria dei coltellinari. Usufruendo delle acque del Verde, essi diedero vita
a numerosi tornagli, o mole. Nel 1525, il l° maggio, essi si aduneranno a Làrvego
e si daranno appositi statuti, probabilmente in armonia con la omonima
"arte" della città. Sta di fatto che, nell'elenco dei firmatari dei
" capitoli " che quest'arte approvò nel 1607, conservati
nell'archivio di Stato, a Genova, parecchi cognomi denunciano un'evidente origine
polceverasca.
Al
di là del giogo un'altra piccola industria costituiva una specie di
correspettivo: quella delle ferriere. Si sa che, dal 1400, ben 6 di esse si
allineavano lungo il corso del Lemme, tra Voltaggio e Gavi .
Il commercio dei tessuti diede pure luogo a primi timidi tentativi di lavorazione: gualchiere e folle, al margine dei corsi d'acqua, scandivano il ritmo di un'attività, il cui ricordo sopravvive in qualche toponimo. La ricchezza dei boschi offriva pure un ottimo cespite per un lavoro, a quei tempi tanto prezioso e utile: quello dei "carbonai".
Non
al solo commercio o al lavoro manuale Langasco ha offerto i suoi uomini.
Nella
storia letteraria della Liguria fa spicco, nei tempi lontani, un giureconsulto, Giacomo
de Langasco, sacri palatii notarius, come lui stesso amava firmarsi. Egli
aveva il suo studio in Castelletto a Genova e risulta attivo dopo il 1220. A
seguito della sua morte, l'11 maggio 1239, fu fatto l'inventario della sua casa.
La sua biblioteca, se si considera l'epoca, risulta cospicua; sono presenti
tutti i classici del diritto del tempo: gli Instituta, e l'Autentico; i tre
libri del Codice, il Digesto nuovo e quello vecchio, l'Inforzato, il Decreto, il
Brocarda, i Casi di Guglielmo da Cavriano, il Codice, la Somma di Azone, le
Somme del Piacentino. Egli può considerarsi il precursore di tutta una serie di
notai oriundi di Langasco, che rogarono in Genova nell'arco di tempo dei secoli
XIII e XIV e, talvolta, in posizioni di particolare prestigio. Gioacchino, che
abitava in faccia al monastero di S. Bartolomeo del Fossato e redigeva atti per
il Podestà di Genova nel 1276; Bongiovanni, che, nello stesso anno, stendeva
l'atto di divisione della eredità di Branca Doria; lo stesso o un altro
Buogiovanni che, nel 1281, risulta impegnato non solo nelle pandette, ma anche
negli affari; è infatti compartecipe di un panfilo, chiamato " S. Antonio
", costruito in quell'anno in scano moduli, nel cantiere
del molo.
E,
per finire la serie dei nomi che hanno lasciato più notevoli ricordi, ecco
quello di un pittore: Bartolomeo de Langasco, attivo nel 1236 e,
presumibilmente, tra i primi ornatisti di cofani e di scudi.
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