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5 - PICCOLI E GRANDI EVENTI |
La
pace georgica di questi prati veniva, ogni tanto, scossa dal fatto insolito, dal
repentino trambusto.
Nel 1121, al dire del cronista Caffaro, tutta la zona fu coinvolta in un'azione bellica: un " grosso esercito di cavalieri e di fanti " oltrepassò il giogo, per procedere alla conquista di Fiacone (Fraconalto) e di altre terre. Fu in quel periodo che Genova comperò da Alberto, marchese di Gavi, il castello di Voltaggio per quattrocento lire.
Altro
periodo di tensione la lunga estenuante guerriglia che impegnò Genova contro
Alessandria e Tortona nel 1224-1235.
Ancora ansie e saccheggi, due secoli dopo (1429), quando le masnate del capitano di ventura Piccinino invasero la Polcevera, minacciando di mettere tutto a ferro e fuoco. A stento gli anziani riuscirono a convincerlo di accontentarsi di prendere tutte le campane delle chiese, perché i valligiani " non potessero sonar allo stremito così facilmente, come erano consueti ".
Di
natura tutta diversa fu il rumore da cui la valle fu percorsa nei primi anni del
sec. XIV (1311) quando essa fu attraversata dall'imperatore Arrigo VII,
accompagnato da molti personaggi illustri, o quando, sul finire dello stesso
secolo, al dire di certi storici, si affacciarono alla Bocchetta strane teorie
di gente, incappucciata e orante che, partita dalla Provenza, percorreva
l'Italia: le cosiddette " compagnie dei Bianchi ". Le loro file
s'ingrossavano a mano a mano e le loro cadenzate invocazioni: "
misericordia, misericordia... " placavano gli animi, inducendoli alla pace
ed al perdono. Il villico si accompagnò al nobile, il contadino all'artigiano e
una lunga processione implorante entrò in città.
L'insolito fenomeno ripeteva quanto probabilmente era già avvenuto anche dalle nostre parti nel 1260, quando altre processioni, provenienti quella volta da Perugia, incedevano offrendo pubblico sconvolgente spettacolo di battersi il nudo dorso con la disciplina: i "battuti" o "disciplinanti". Come è noto, da questi movimenti popolari derivano le " casacce ".
Centro catalizzatore del contado era la pieve di Santo Stefano, messa ormai in grado di assolvere le sue accresciute funzioni religioso-sociali. Come le altre pievi del tempo, essa disponeva di un " chiostro " che serviva per la vita comune dell'arciprete, dei "canonici" e per la scuola ai bambini.
Nel
1226 è arciprete un Rambaldo; nel 1255 Giovanni, prevosto di S. Maria di
Castello, assegna l'arcipretura di Langasco a prete Siro; nel 1311 Giovanni di
Bagnara, arcidiacono di S. Lorenzo, incarica un camerlengo dell'arcivescovo
d'immettere prete Nicolò Tasso di San Giorgio, nel possesso della pieve,
secondo il consueto cerimoniale: per pannos
altaris...
Di norma, nella pieve risiedevano però soltanto "due chierici " ché di più non permettevano le non abbondanti risorse. Difatti, nel 1232, prete Emanuele fu Giovanni di Cogorno, pur essendo stato nominato regolarmente canonico di S. Stefano, prometteva all'arciprete Lanfranco che nulla avrebbe richiesto dalla pieve, finché non si fosse reso vacante il beneficio canonicale.
Un
altro prete di Cogorno, Oberto, risulta arciprete nella seconda metà del
secolo. E' teste in una sentenza dell'arcivescovo del 1269; nel '78 provvede la
chiesa di una campana di 412 libbre da Giovanni di Lavagna; l'anno dopo è
ancora testimone in un atto notarile, redatto il 16 luglio " nella piazza,
davanti alla chiesa ".
La
chiesa di S. Siro era invece curata da un rettore, o " ministro ", o
" prelato ", come viene chiamato prete Omodeo in un documento del
1226.
Nicolò. arciprete della pieve di Langasco, assieme ai ministri " delle chiese dipendenti: S. Siro, S. Andrea de Insurella " (Isoverde) e S. Michele di Gallaneto, figurano nel Syndicatus ecclesiae januensis del 1311, l'atto cioè con il quale tutto il clero della diocesi, radunato in sinodo a Genova il 7 giugno, elegge prete Rolando della Pietra, cappellano della metropolitana, per proprio rappresentante al 15° Concilio Ecumenico, che doveva aprirsi a Vienne in Francia il successivo 16 ottobre. Era in, discussione un cruciale argomento: la riforma della chiesa. I vescovi e i suffraganei erano convocati personalmente; il restante clero doveva mandare propri procuratori.
La
maggiore o minore consistenza economica dei benefici e delle rendite delle
chiese la si capisce dalle collette d'obbligo. Nel 1360 il Papa mandava in
Liguria un suo collettore, il card. Egidio Albornoz. Dal relativo registrum
taleae apprendiamo che la chiesa di S. Siro fu tassata per 6 soldi, la pieve
e Isoverde per 5, Gallaneto per 3. Nella ripartizione, invece, della colletta
straordinaria richiesta da Urbano VI nel 1387, la chiesa plebana risulta tassata
per lire 5, la rettoria di Langasco per lire 4, e soldi 6 come quella di
Isoverde, mentre quella di Gallaneto solo per lire 3.
Dalle
maglie del tempo affiorano piccoli aneddoti e figure distinte a dar colore alla
monotonia dei giorni.
Nel
1502 l'arciprete Bartolomeo de' Valletari dà quietanza a Giovanni Curletto di
una partita di pellicce, che il mulattiere ha portato dalla fiera di Pasqua di
Lione del 1498 e ora deposita presso il pievano. Nel 1513 sappiamo che era
arciprete, e nello stesso tempo rettore di Langasco, Bartolomeo Perini, che
divenne poi Vicario generale di mons. Giuliano Cybo-Salvago, vescovo di Girgenti,
e infine fu fatto arcidiacono della cattedrale di S. Lorenzo; nel qual ufficio
si acquisterà speciali meriti per il restauro del chiostro di S. Lorenzo e Casa
dei canonici, spendendovi più di mille lire d'oro di suo. Un tempo un busto in
detto chiostro e un ritratto nella sala capitolare ne tramandavano la memoria.
Tipica
espressione di pietà e di folclore, risalente a quest'epoca, dovremmo
considerare il fenomeno delle cantegore, che anche in queste terre ebbero
notevole diffusione e perdurarono fino agli inizi del nostro secolo. Drappelli
di giovani andavano attorno, soprattutto nel mese di ottobre, sollecitando
offerte per i suffragi dei defunti con suoni lamentevoli e cantilene, modulati
su di un rudimentale strumento a corde:
0
belle anime sante, vogliamo principiare, vogliamo noi cantare a vostro onore...
Amici
e parenti, fratelli e sorelle, per noi, poverelle, Iddio pregate.
Avuta
la elemosina, i canterini interpretavano la gratitudine delle anime beneficate:
Pregheremo
ogni bene a quel benefattore, dinanzi a Dio Signore, inginocchiate.
Che
in cielo a lui prepari una bella corona di palma e bianco ulivo e verde
alloro...
Non
pare che qui il fenomeno abbia avuto altri scopi o altre manifestazioni. Le
offerte raccolte dovevano arrecare un certo sollievo alle ristrettezze dei buoni
pievani e rettori. Difatti un rettore di Paveto, nel 1253, rinunciava, per suoi
motivi, alla parrocchia e ai relativi emolumenti, " escluse però le
offerte che gli uomini di Paveto son soliti offrire per le cantegore "
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