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CAPITOLO TERZO, 1 - " IL GRAN CAMMINO " |
Poco
prima della metà del 1500, l'annalista di Genova, mons. Agostino Giustiniani,
ci presenta un quadro statistico dei nostri paesi; il primo che si conosca. Al
territorio, che oggi costituisce il comune di Campomorone, l'annalista assegna
256 "fuochi", ossia gruppi familiari, così suddivisi: S. Stefano 50,
Cravasco 14, Isoverde (case) 30, Gallaneto 20, Campomorone 27, Langasco 100 e,
in più, tra le frazioni di Làrvego e " Seimezan " 15: il che, grosso
modo, potrebbe corrispondere ad una popolazione di circa 2000 individui. Lo
storico continua ricordando che, da S. Stefano, si parte la strada che conduce
alle Capanne, dove c'è un bosco di dodici miglia, che offre abbondante legname
"per le fabbriche de i navigli" e dove, quasi ogni giorno, si tiene
mercato "tra genovesi e lombardi"
L'Alberti,
qualche anno dopo (1567), nella sua Descriptio totius Italiae, trovava che la
campagna della Polcevera, anche se non fertile, era "amena e bellissima a
E
così sarà apparsa - possiam credere - all'imperatore Carlo V quando, nel 1533,
in viaggio di ritorno verso la Spagna, scese nel mese di marzo, col suo
imperial corteo, verso Genova. Quattro ambasciatori lo ricevettero ai confini,
sedici lo aspettarono a mezza strada, il Doge e i Senatori gli si fecero
incontro in Polcevera e Andrea Doria, il "padre della patria", lo
accolse nella sua sfarzosa villa di Fassolo. Con uguale meraviglia, l'avranno
contemplata gli strani personaggi che percorsero la stessa strada nel 1585:
quattro giovani giapponesi che, dopo aver reso omaggio qualche mese prima al
Papa e dopo aver visitato alcune città, ora erano sulla via del ritorno.
Anch'essi vennero accolti al confine da due nobili e, in Polcevera, vennero loro
incontro quarantadue rappresentanti del Senato.
Gli
sfarzosi cortei non distoglievano l'attenzione dei responsabili dall'importanza
che la zona andava sempre più acquistando sul piano politico-strategico. La
situazione di Genova, in un più vasto contesto di popoli, andava sempre meglio
rivelando la sua estrema precarietà. Troppo piccola, per far sentire
efficacemente la sua voce; troppo preziosa, data la sua posizione sul mare,
perché gli altri di lei si disinteressassero.
Già
nei tumulti, che sconvolsero la città per le contese tra nobili e plebe negli
anni 1574-75, il grido di "Viva il popolo, viva la libertà", appiccò
presto la scintilla alla val Polcevera, di cui immediatamente furono occupati e
presidiati i valichi.
Nel programma, propostosi dal ristabilito governo, il problema difesa e strade ebbe la precedenza e il 5 dicembre 1583 i Serenissimi Collegi decisero la ricostruzione di quella strada che, da Genova, attraverso il valico della Bocchetta, doveva raggiungere gli avamposti genovesi, di Voltaggio, Gavi, Novi: percorso quindi più sicuro e difeso di qualunque altro possibile tracciato, sia pure a quota inferiore come quello dei Giovi
Il 4 maggio successivo erano già
scelti i sei cittadini, che avrebbero dovuto soprintendere ai lavori.
Esisteva già una pista, agibile per le some, se pochi anni prima (1573), al dir
dei cronisti, fu necessario, per un'eccezionale nevicata, reclutare trecento
spalatori per metà della Polcevera e per metà d'Oltregiogo. Ora si trattava di
rendere il cammino efficiente per altri scopi.
L'impresa,
per la asperità del luogo, per i problemi proposti, per la arditezza delle
soluzioni ebbe, nel suo tempo, risonanza enorme. A lungo, sulla bocca della
gente e dalla penna degli scrittori ebbe nomi ammirati e altisonanti; fu detta,
per antonomasia, "il gran cammino", "la strada reale".
Se sul fondo valle non si mancò, per buoni tratti, di usufruire del greto del
torrente, oltrepassato Pontedecimo, si scartò il vecchio tracciato romano della
Postumia e, da Campomorone, si volle affrontare d'impennata, la montagna. E' il
tratto più caratteristico, ben noto ai mulattieri di un tempo, quello che il
viaggiatore francese Lalande, nel 1700, trovava più pénible dello stesso
Moncenisio (ma allietato, per fortuna, da eccellenti osterie); quello che
oggi affrontano con arditezza i grandi campioni del ciclismo.
Sul
percorso ancora qualche nome rievoca scalpitio di cavalli, cigolar di ruote
sull'acciottolato, vociare di conducenti... Sono i nomi rimasti di vecchie
locande: quella della "Corona" all'inizio dell'erta, i "Tre Re" dopo pochi tornanti, l'osteria di Langasco che, fino agli anni '30,
portava il tipico nome di S. Teodato (o Teodoto), uno tra i patroni degli osti, in prossimità del valico le "Baracche", ultima tappa prima di
affrontare il tratto più montagnoso e deserto. Sono le edicole, le cappelle
rurali che, tratto tratto, costellano la strada, quasi usbergo offerto dalla
Madonna e dai Santi alla pietà popolare: quella di S. Rocco, appena usciti da
Campomorone; quella ora tutta rinnovata che si incontra all'entrata di Langasco,
già ricordata nel 1650, dedicata al famoso santo bavarese, patrono dei valichi
e dei viandanti e invocato contro temporali, fulmini e altri mali: S. Gottardo.
La
strada assolveva ai suoi compiti di rapporti umani e di commercio e influiva,
indirettamente, sulle stesse strutture economiche della città. La accentuata
pendenza obbligava infatti a ridurre i carichi delle some ai 90 kg. circa, con
conseguente aumento di lavoro, per facchini, legatori, trasportatori, ma anche
con pesante incidenza sui costi di trasporto.
Merce
privilegiata divenne il sale. Noi oggi non siamo più in grado di misurare
appieno l'importanza di questo prodotto nella economia di quei tempi. Il sale
era tra le voci più redditizie del commercio della Repubblica. Ne fanno fede le
numerose "strade del sale", che univano il litorale con
l'entroterra. Qui, la Repubblica allestirà a Campomorone un grande deposito: la
"Saliera", tipico edificio del sec. XVII, protetto da un robusto
torrione, custodito da un proprio corpo di guardia, gli stapulieri. La
costruzione sopravvive.
Il
Banco S. Giorgio ben presto istituirà a Pietra Lavezzara un proprio
commissario, per la riscossione dei dazi sulle merci in transito e per il
rilascio dello "spaccio" a' carrettieri e mulattieri, a
giustificazione della regolarità dei loro trasporti.
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