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2 - GUERRE E DESOLAZIONE |
Il
"gran cammino" era stato concepito prevalentemente in funzione di
difesa e non ci vollero molti anni perché esso rivelasse la sua essenziale
importanza sull'equilibrio della Serenissima Repubblica.
Nel
1622-'25 il Duca di Savoia, Carlo Emanuele I, entrò per interesse nel giuoco
politico della Francia e concepì l'ambizioso disegno di impadronirsi di Genova.
Col figlio Vittorio Amedeo si mise alla testa delle truppe. Occupò Acqui, Capriata,
Novi e avanzò su Ovada e Cremolino. Gavi fu costretta ad arrendersi; a
Voltaggio, il primo aprile, i difensori furono travolti. Il nemico dilagò
nell'alta Val Polcevera, seminando distruzione e desolazione. Non c'è
descrizione più efficace di quella di un testimone diretto: il "rettore di
Langasco", il sacerdote Francesco Vigo, in un suo memoriale al Senato. Le
soldatesche, esponeva, si sono abbandonate ogni giorno al saccheggio;
"hanno fracassato le porte delle case ... ; rubato quello che hanno trovato
in casa ... ; hanno sforzato moltissime giovani...". Lui stesso, ritornando
da Genova verso la sua chiesa, fu ferito in una gamba e gli diedero delle "fianconate"
con archibugi, derubandolo di ottanta lire. La valle, conchiude amaramente, è
diventata un "bosco di ladri".
Dalla
Bocchetta il Duca sabaudo, scorgendo lontano il mare, avrà pregustato la gioia
del suo completo trionfo.
Ma
improvviso, come l'assalto, fu anche l'arresto. La disperata resistenza dei
villici (che riconosceranno il valido patrocinio della Vergine Santissima e
erigeranno, in voto, il Santuario della Vittoria al passo dei Giovi), equivoci e
contrasti tra gli alleati fermeranno la marcia, e Genova fu salva.
Per
l'occasione la Bocchetta fu strenuamente difesa dalle "compagnie franche" di Giacomo Ghiglione e Marco Antonio Montaldo, probabilmente nativi di
questi luoghi.
La
Polcevera sarà sempre una riserva di "uomini ingegnosi e coraggiosi"
e, in poche ore, al dir del Vinzoni, vi si potevano arruolare "da cinque
mila soldati scelti".
Vicende
molto più lunghe e tormentate si ebbero per l'invasione austriaca degli anni
1746-'48.
Nell'estate
del 1746 l'esercito alleato dei Borbonici stabilì a Langasco il suo quartier
generale. Vi presero stanza Don Filippo e il Duca di Modena. Ma gli Austriaci,
sotto la guida di Matteo Botta, il primo settembre riuscirono a sfondare il
fronte e inondarono la Polcevera. Il 6 settembre ebbero consegnate le porte
della Lanterna e di S. Tommaso. Tutti sanno come finì quest'occupazione nemica,
quando, il 10 dicembre, il popolo insorse nel simbolo del Balilla, obbligando
gli invasori a riparare in fretta al di là dell'Appennino. Il Botta ricorda che
la ritirata si svolse sotto il "quasi continuo fuoco" dei "contadini arrabbiati".
Nell'inverno
i nemici ripresero, con grande dispiegamento di forze, l'offensiva. Nella notte
del 15 febbraio, "al favor di una folta nebbia", gli Austriaci,
preceduti dai Croati, sferrarono l'assalto in tre direzioni: su Isoverde, su
Langasco, su Serra. Mentre le ali riuscirono a sfondare, il centro della difesa
oppose accanitissima resistenza. I Genovesi, comandati dal commissario generale
di Polcevera, Gaspare Basadonne, contrattaccarono, facendo fulcro su Langasco.
Dopo un primo parziale successo dei nemici nella zona Frixioni-Cesino, essi
furono obbligati a retrocedere su Pietra Lavezzara; lasciarono sul campo
quattromila uomini. Gli eroi della resistenza erano stati i "Mignoni", le truppe cioè arruolate tra i valligiani e le
bande rusticane. Essi, asserragliati nella loro "casa forte" di
Langasco (oggi casa di assistenza Pizzorni), respinsero ogni assalto.
Agli
11 di aprile l'esercito nemico, forte di circa 18 mila uomini, al comando del
conte di Schulenberg, partendo dal quartier generale di Novi, ritornò alla
carica. La colonna, guidata dal tenente maresciallo Principe Piccolomini, s'imbattè,
"sul gran cammino della Bocchetta", ancora con la bicocca dei "Mignoni".
Gli assediati opposero nuova disperata lotta, ma il nemico, questa volta, riuscì
ad aprire una breccia nella muraglia e gli assaliti dovettero forzatamente
arrendersi.
Genova
venne nuovamente assediata.
Il
20 luglio, però, gli Austriaci furono obbligati ad accorrere in Piemonte, dove
i Franco-Spagnuoli stavano tentando un'ampia azione avvolgente.
L'anno
dopo, il 13 giugno, gli Austriaci, per una quarta volta, al comando del generale
Nadast, si mossero da Novi per occupare, come poi si seppe, i valichi dell'alta
Val Polcevera, in vista di un armistizio. Pietra Lavezzara e Langasco furono
ancora occupati, ma per breve tempo chè i nemici furono costretti a ripassare,
e questa volta definitivamente, la Bocchetta.
Che
cosa sia successo a Langasco in quegli anni, i più cruciali senza dubbio della
sua lunga storia, fu sintetizzato in modo efficace dal parroco del tempo, prete
Giacomo Poggi, nel noto distico: Multum a Germanis passa est Pulciphera (!)
damnum, Langascus vero sustulit omne
malum,
Non
possiamo negare all'ignoto teutonico un certo senso sarcastico della vita e al
buon parroco Poggi dobbiamo essere grati; la sua prosa semplice e scarna ha
fotografato lo spettacolo desolante, non solo di una chiesa, ma di un paese
intero, su cui si erano accaniti gli orrori della guerra.
Le
dolorose esperienze avevano riconfermato in alta sede l'importanza del
"gran cammino"; ma non solo a scopi tattici, bensì anche per
fruttuose e pacifiche relazioni tra i popoli. Perchè ne fosse reso più comodo
e agibile per le carrozze il percorso, e in particolare per risparmiare ai
viandanti i frequenti guadi, il nobile Gio Batta Cambiaso, non appena eletto
Doge (1771), aveva pensato, oltrechè ai restauri del Palazzo Ducale, anche ad
un completo riassetto della strada da Sampierdarena a Novi.
Il
corso del Polcevera venne ridotto al suo alveo, furono costruiti nuovi ponti, al
valico si tagliò la montagna, lungo la vallata del Lemme i guadi furono
sostituiti da viadotti in muratura. Qualcuno di essi, nella sua tipica
struttura, è ancor oggi in funzione.
Si
calcola che le spese siano salite ad oltre due milioni e mezzo del tempo e che
complessivamente vi siano stati impiegati 800 operai. Nota insolita degli annali
dei governanti di tutti i tempi, e degna di essere additata a ricordo: l'onere
non fu gravato sul bilancio dello Stato, bensì sul patrimonio privato del Doge.
Ben meritato, quindi, l'appellativo che si diede alla strada: la camblasia.
A Palazzo S. Giorgio i Cambiaso furono ricordati con una lapide ob viam per
Purciferam ductam, per la nuova strada tracciata lungo il Polcevera; tutta
la famiglia fu in perpetuo esonerata da ogni pedaggio su di essa.
Anche
nel nuovo tracciato la strada ebbe il collaudo delle armi.
Durante
il "blocco", cui Genova fu sottoposta dagli Anglo-Austriaci nell'anno
1800, la "grande strada" fu scelta per un assalto convergente alla
piazza. Un'ala dell'esercito alleato, muovendo da Novi, dopo aver bloccato Gavi,
doveva sfondare alla Bocchetta e scendere in Polcevera. In realtà, verso la metà
di aprile, il piano riuscì. La
Bocchetta fu superata, ma pare più per debolezza degli assediati (il comandante
fu poi destituito) che per ardimento degli assalitori. I filofrancesi, come
risulta dai loro "Diarii", si compiacquero perchè "né pur un
contadino (della valle) accorse all'invito della diserzione e del tradimento ...
".
Se la strada, in breve volgere di anni, sarà surclassata da quella dei Giovi, a quota di valico notevolmente inferiore e con percorso più razionale, e per di più reclamata da secoli da Serravalle per goderne i diritti di pedaggio (1810-21) la "cambiasa" non perderà il suo romantico prestigio di essere stata preludio di tempi nuovi. Gli angusti confini di una terra a strapiombo sul mare dovevano aprirsi alle aspirazioni dei popoli, che anelavano ad esser liberi e uniti.
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