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4 - LA CHIESA DI S. SIRO |
L'accresciuta
importanza dell'abitato di Langasco creò qualche ombra nei rapporti tra la
parrocchia e la pieve di Làrvego. Fin dal 1591 l'arciprete di S. Stefano aveva
provocato dal Vicario Episcopale di Genova un decreto, in forza del quale i
rettori delle chiese dipendenti erano obbligati ad invitarlo per i funerali e,
naturalmente, a dargli gli "emolumenti soliti, secondo l'antica e lodevole
consuetudine fino allora osservata". Nel 1671 l'arciprete insisteva ancora,
presso l'arcivescovo, perché obbligasse il prete di Langasco a intervenire alla
benedizione del fonte battesimale il sabato santo e ad invitarlo per i funerali,
"giusta l'antica consuetudine". Lamenti che ottenevano, a quanto
sembra, tiepida soddisfazione se l'arciprete Campora, nel 1700, affidava alle
Memorie della parrocchia queste sue amare recriminazioni: "Il popolo di
Langasco e i suoi rettori (sono) stati sempre avversi e nemici capitali di
questa parrocchia e suoi reverendi arcipreti. Avrebbero dovuto usare maggiore
gratitudine; hanno all'incontro tentato tutte le strade per pregiudicarla in
tutto quello che hanno mai potuto e saputo e, portati dal vento dell'ambizione e
superbia farisaica, hanno preteso di sottrarsi alla soggezione dovuta per tanti
secoli"....
Il
concitato, poco generoso, stato d'animo poteva trovare una presunta
giustificazione nel fatto che l'arcivescovo Gio Battista Spinola, in occasione
della visita pastorale compiuta nel 1674, aveva attribuito alla chiesa di
Langasco, forse in riconoscimento dell'antichità e dell'aumentata importanza,
il titolo di "prevostura"; prima parrocchia della Polcevera, a quanto
sembra, che abbia potuto fregiarsi di una tale distinzione.
Non
sappiamo se per questo privilegio, o più facilmente per gli antichissimi
vincoli con la mensa vescovile, i parroci di S. Siro dovevano corrispondere alla
curia di Genova un censo annuo, consistente in una libbra di cera che, a metà
del '700, il prevosto Poggi valutava in lire 1,
soldi 6, centesimi 8.
La
popolazione in realtà era notevolmente aumentata. Il brigadiere M. Vinzoni, nel
suo Il dominio della Serenissima Repubblica del 1773, riconosceva nella
pieve di S. Stefano le frazioni di Cielmezzano, Langasco grande e Langasco
piccolo e gli abitanti, secondo una relazione del tempo (1771) arrivavano a
1557. Il numero crescerà ancora nei successivi decenni, fino ad oltrepassare i
2000.
L'edificio
sacro che, in origine, doveva essere di dimensioni più piccole, subì lungo i
secoli crescite e rifacimenti. Per i ricordati superstiti elementi romanici,
sarebbe suggestivo un programma di assaggi e di ricerche per individuare, se
possibile, le diverse vicende, che purtroppo non ci sono documentate da fonti di
archivio. Un radicale rifacimento pare abbia avuto luogo prima del secolo XVI.
Sul prospetto marmoreo di un tabernacolo per gli Olii Santi in Sancta Sanctorum
vengono ricordati i due massari del 1575: Antonio Panario e Domenico Boccardo.
Dalle
disposizioni, emanate dal Visitatore Apostolico della Archidiocesi, mons.
Francesco Bossi, nel 1582, risulta un certo numero di altari, per i quali si
ordina un conveniente arredamento; in particolare sono nominati quello di S.
Giov. Battista e quello di S. Maria "della società delle donne". Il
tabernacolo è ancora di legno e il battistero disadatto. Il Visitatore comanda
che entro un anno sia convenientemente rifatto, almeno secondo il modello
esposto nella sacrestia della Metropolitana.
Ai
successivi lavori diedero il loro apporto diverse famiglie, che ottennero il
giuspatronato su altrettanti altari. I Pizzorni, nel 1617, ebbero l'altare di S.
Antonio Abate, S. Rocco e S. Sebastiano; Gerolamo Lastrico fu Francesco,
cittadino genovese, nel 1630, faceva erigere l'altare di N. S. del Carmine,
dell'Angelo Custode e di S. Antonio di Padova; i Tirasso quello dell'Annunziata;
i Boccardo quello di S. Giovanni Battista. Un altare venne poi dedicato a S.
Ignazio di Lojola (oggi S. Cuore), evidente ricordo del fervido apostolato
esercitato nella zona dai Gesuiti. Ogni altare, è da credersi, si ispira a
qualche particolare motivo. Notevole il quadro dell'altare dei Pizzorni in cui,
accanto ai ben noti protettori contro le pestilenze S. Rocco e S. Sebastiano, è
raffigurato S. Antonio nel tipico mantello crucisegnato, già proprio degli
Antoniani, i monaci dediti all'assistenza degli infetti di "fuoco
sacro". Misterioso il dipinto della Immacolata, riproduzione genuina della
Madonna di Guadalupe. Chi potrà essere stato il messaggero di questa tipica
devozione spagnuola? Artisticamente vari altari denotano una comune matrice.
Caratteristico - e qualcuno grazioso - il medaglione col Santo titolare, che
adorna la fronte della mensa.
L'altar
maggiore, in marmo, fu rinnovato, a quanto si dice, nel 1735. E' sormontato da
un elegante tempietto, che poggia su un marmoreo gruppo di angeli e nuvole. E'
probabile che si tratti di materiale ricuperato, come di reimpiego sono le
balaustre in marmo delle cappelle, provenienti dalla vecchia chiesa del
santuario di N.S. della Guardia. Dietro l'altare, in alto, una curiosa scritta
invita ad ultraterrene considerazioni: "Non si comincia ben se non dal
cielo. 1659".
In
questa chiesa, il 17 maggio 1754, riceveva la Cresima dall'arcivescovo Mons.
Saporiti, Angela Maria Ghersi di Pontedecimo che diverrà poi clarissa a Gubbio
e insigne per fama di santità, col nome di Sr. Chiara Isabella1800).
Dalle
memorie superstiti risulta che riscuotevano speciale devozione, oltre i già
ricordati titoli degli altari, la Madonna del Rosario, S. Giuseppe, S. Caterina
da Genova. Erano in particolare venerazione reliquie di S. Desiderio, vescovo di
Langres e oriundo - secondo la tradizione - genovese, e come ovvio, del patrono
S. Siro, il cui reliquiario - notevole lavoro di cesello del 1699 - fu
miracolosamente salvato da tutte le depredazioni.
Nel
1794 Antonio Poggi fu Giovanni Maria provvide, come avverte una scritta, un bel
pulpito a marmo intarsiato, sorretto da una colonnina; si tratta di un'opera di
bottega o di ricupero. Il lavoro probabilmente si inserì nel restauro che si
era reso necessario dopo i luttuosi avvenimenti delle guerre passate. I guai,
purtroppo, non, erano finiti. O per vecchie lesioni, o a causa del violento
terremoto che anche qui si fece sentire nel 1828, il 19 ottobre dell'anno
successivo crollò la volta della chiesa. Fortunatamente questo avvenne di
giorno feriale e non vi furono vittime. Un fulmine colpì poi il campanile.
Verso il 1840 venne ricostruito: esso si erge possente accanto alla chiesa con
la quale comunica a mezzo di un cavalcavia. Su di esso, nel 1862, erano tre
campane; una quarta, assieme all'orologio pubblico, fu aggiunta nel 1888.
Nel
1889, come da data incisa nell'alzata del gradino della balaustra, fu rifatto il
pavimento della chiesa.
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