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5 - GENTE OPEROSA |
I
campi e i trasporti, con le necessarie... infrastrutture, rappresentarono, fino
ad epoca a noi vicina, l'attività di questa gente tenace e frugale.
A
valle, qualche piccola attività artigianale rinverdiva, nel volgere dei tempi e
delle richieste, antiche iniziative di industriosa intraprendenza. Tipica l'arte
dei fabbricanti di ceste, o cestai, che trovavano abbondante materia di
lavorazione nei talli del castagno, che ricopriva, gran parte di queste,
talvolta ripide, pendici. Ceste e colle trovavano facile smercio nello scarico
delle derrate in porto e nel loro avvio alle diverse destinazioni. A livello
familiare si curava anche l'allevamento del baco da seta, come documentavano i
filari di gelso che delimitavano i bordi dei prati: antica fonte di guadagno se,
al dire del già citato Rettore Vigo del 1625, la lavorazione della seta
occupava "buonissima parte" delle donne del luogo.
In
complesso, tuttavia, la vita era grama e solo la tradizionale parsimonia della
popolazione sapeva affrontare con coraggio ogni giorno che sorgeva
dall'orizzonte.
La
strada, che incitava alla dinamica dei rapporti umani, poteva rivelarsi, di
conseguenza, anche sottile tentazione per evadere. Di qui il fenomeno della
emigrazione, sviluppatosi, a mano a mano, sempre più intenso. Se in epoca
recente, l'America del Nord e del Sud, o magari la lontana Australia (ricordiamo
dalla nostra infanzia un caro e simpatico uomo, "Dria-báno", che era
stato cercatore d'oro lungo i fiumi del misterioso continente) rappresenteranno
traguardi prestigiosi, prima la ricerca di un più sicuro lavoro si rivolse, con
ambizioni assai modeste, alle regioni vicine e immediate. Nella trama di questo
fenomeno s'inserisce l'esperienza umana di una creatura, cui Langasco si gloria
di aver dato i natali: Benedetta
Cambiagio, o Cambiaso.
Nata
nel 1791 da umile famiglia di contadini, in contrada "Cilli ", visse
come ogni altra bambina la sua infanzia di sofferenza: i pochi campicelli
sfamavano a stento le troppe bocche. La famiglia decise di trasferirsi a Pavia,
dove aprì un modesto negozio di commestibili. Benedetta, fatta ormai
grandicella, fu collaboratrice preziosa dei genitori; poi, come ognuno si
sarebbe aspettato, incontrò un giovane, Giovanni Battista Frassinello, e si
sposò. Beh!, avrà pensato la gente, anche lei farà la sua strada. Ma chi si
fosse fermato ad osservarla più attentamente, non avrebbe tardato a intuire che
altre aspirazioni covavano nel cuore della giovane donna. Lei non ci capiva
ancora bene, nel suo avvenire; avrebbero dovuto maturare altri eventi.
Dopo
alcuni anni di matrimonio i due sposi credettero di aver intravveduto... Lui
sarebbe entrato in un istituto religioso e lei, magari, si sarebbe fatta ...
cappuccina. Sembrava un sogno. In realtà, nel 1825, il Frassinello bussò alla
porta dei Somaschi e Benedetta entrò nel conservatorio delle Orsoline di
Capriolo. Fallaci progetti umani! Altre vie il Signore riservava alla donna
umile e intrepida.
Sarà
stato un incontro, un sogno, una visione? Fu il vescovo Tosi di Pavia a rivelare
a Benedetta il segreto. Un giorno il prelato si imbattè in un gruppetto di
bimbe sguaiate; il suo spirito ne ebbe un sussulto, pensando alla loro
innocenza, al loro domani. Chiamò subito da Capriolo la Cambiagio e le parlò
di quello che avrebbe dovuto intraprendere. Come in analoghi casi di
quell'epoca, il cuore trepido di un Vescovo s'incontrò con quello ardimentoso
di una donna per pensare e provvedere ciò che l'immaturità dei tempi e
l'egoismo umano avevano fino allora impedito: assicurare un'assistenza e una
educazione ai bimbi degli strati più poveri.
Per
la realizzazione di un tal programma occorreva, oltreché fede, coraggio.
Benedetta si affidò alla Provvidenza.
Nel
1826 prese in affitto una casa nella parrocchia di S. Michele Maggiore in Pavia.
Con l'aiuto e il consiglio di pii benefattori, cercò di ordinarne il
funzionamento mediante opportune regole e disposizioni. Alcune anime, al pari di
lei sensibili, le si affiancarono e divennero le sue figlie spirituali.
Presto
si scatenarono diffidenze, opposizioni, calunnie. Sono il collaudo delle opere
di Dio. La Cambiagio dovette abbandonare Pavia e, nel 1838, venne a Ronco Scrivia.
Veramente sua mèta sarebbe stata Rivarolo Ligure, ma varie circostanze la
fermarono a Ronco, che tra l'altro era il luogo natio di suo marito. In questo
borgo, lungo lo Scrivia, Benedetta riuscì a dare più solida consistenza al suo
disegno e qui stabilì, per così dire, il suo quartiere operativo. Da Ronco
partiranno in seguito due sue figlie, le sorelle Schiapparoli, che mandate per
assistere il vecchio padre, istituiranno a Voghera un'opera analoga (1849),
dando così origine ad un'altra famiglia religiosa, sviluppatasi, per esigenza
di tempi, in forma autonoma, ma che dalla Cambiagio ripete origine e spirito. Da
Ronco, nel '51, lei ritornerà ancora a Pavia, per aprire, nel luogo della prima
culla del suo istituto, una nuova casa. Da Ronco uscirà pure il drappello di
suore che la Benedetta, nel '57, mandò a fondare la casa di S. Quirico in
Valpolcevera.
Queste
fondazioni, circoscritte in una limitata area geografica, danno contorno ad
un'idea che, col tempo, si espanderà a confini più ampi, realizzando ciò che
la Cambiagio aveva maturato nella semplicità generosa del suo animo di donna
saggia, sensibile ed aperta a tutti i problemi: da quelli immediati dello studio
a quelli trascendenti dell'amore di Dio. Oggi le sue figlie spirituali,
attraverso i due rami - che hanno rispettivamente il nome di "Benedettine
di N. S. della Provvidenza" e "Benedettine della Divina
Provvidenza" - sono presenti in numerosi luoghi d'Italia, impegnate nella
scuola e nell'assistenza delle classi più umili, all'estero, in terra di
missione.
La
Cambiagio si è spenta serenamente a Ronco sul mezzogiorno del 21 marzo 1858.
Presso i competenti dicasteri si sta predisponendo per un avvio al
riconoscimento delle sue virtù e della sua santità; il paese natio le ha
dedicato la via che conduce alla casa dove è nata, e una campana nel nuovo
concerto, di cui recentemente si è arricchita la chiesa.
Mentre
la Cambiagio era alla ricerca di una sua via nel mondo, Langasco, al pari dei
paesi vicini, visse un giorno di intensa emozione.
Già
nel 1809, "in carrozza serrata", era transitato sulla strada della
Bocchetta un grande personaggio, ma la gente era stata volutamente tenuta allo
scuro; lo stesso, e allo stesso modo, vi era ripassato nel 1812. Ora, nel maggio
1815, di balza in balza riecheggiava invece il fatidico nome, e la gente correva
a vederlo, a rendergli omaggio. Era il papa Pio VII. Dopo le ore
"nere" dell'esilio e della prigionia, ecco la giornata "gioiosa"!
Era reduce dall'aver incoronato la Madonna della Misericordia di Savona e aveva
fatto sosta a Genova. Ne era partito alle "quattro e un quarto della
mattina" del 18 maggio, seguito da tre carrozze a sei cavalli ciascuna, e
scortato da un distaccamento di carabinieri. Mentre usciva dalla città, era
stato salutato da cinquantatre colpi di cannone.
Tutte
le strade della Polcevera, lungo le quali doveva passare l'augusto corteo, erano
state "adacquate, sparse di fiori e adornate o di frasche, o di arazzi, o
di tappeti ".
A
Campomorone il Papa fu ospite del nobile Costantino Balbi, suo cavaliere di
camera, ed accettò un ristoro di cioccolatte. Accolse quindi i messi di S. M.
Vittorio Emanuele che, a nome del sovrano, gli fecero l'invito ufficiale di fare
visita a Torino. Prima di riprendere il cammino, dalla finestra del palazzo
benedisse la folla, come ricorda la lapide oggi posta sulla fronte
dell'edificio, divenuto sede comunale. Lungo i tornanti della Bocchetta
ricevette gli applausi semplici e festosi della buona gente della campagna,
accorsa a fargli ala e ad accompagnarlo per lungo tratto di strada.
A
mezzodì giunse alla tenuta "La Lomellina" del conte Marco Lomellini,
nei pressi di Gavi. Al Papa e al seguito era stato approntato il pranzo. A
ricordo, il letterato Faustino Gagliuffi dettò una epigrafe: " Pius VII...
hoc rusculum, hanc domumcolam beavit hospitio, heu nimium brevi; Pio VII...
santificò questa piccola villa, questa casetta con la sua presenza, ahi troppo
breve!".
| La chiesa di San Siro |