3 - UN GESTO BENEFICO

Tra le antiche famiglie proprietarie si distingueva, per ampiezza di possessioni e per particolare attaccamento al paese, quella dei Pizzorni, nelle cui mani era finito lo storico palazzo dei Làstrico, a noi ben noto per le guerre del '700. All'inizio dei sec. XX di essa sopravvivevano il frate cappuccino Padre Antonino e la sorella nubile Marianna. Il Padre morì nel 1901 e la sorella, nata il 7 febbraio 1843, sopravvisse fino al 15 novembre 1912. Dalla loro comune deliberazione maturò il disegno di un'opera benefica, che perpetua nel paese il nome Pizzorni, salvandolo dall'oblio, in cui tanti altri sono finiti. 

Nella sua scheda testamentaria segreta del 18 aprile 1911, la signorina disponeva: 

<<Nel mio palazzo di villeggiatura, posto in Langasco, comune di Campomorone, sarà stabilito un ospizio di carità col nome di "Ospizio Pizzorni", avente per iscopo il ricovero di persone vecchie, nate e residenti da almeno cinque anni nel comune di Campomorone, con preferenza a quelle nate e residenti almeno da cinque anni nella parrocchia di Langasco". E, dopo alcune clausole che ammettevano, risultando dei posti disponibili, un possibile allargamento delle persone ammesse, continuava: "Qualora il patrimonio dell'Ospizio sia in seguito per consentirlo, l'Amministrazione avrà pure facoltà di estendere la beneficenza a poveri vecchi, aventi sempre i requisiti sopra indicati >>. 

La testatrice legava all'opera da fondarsi la sede "composta di palazzo coll'annesso terreno tutto cintato" e "un capitale di lire centotrentamila netto da tasse e da spese". L'amministrazione della stessa veniva affidata al parroco pro tempore di Langasco, come presidente, al presidente della fabbriceria e a un consigliere comunale di Campomorone, quale delegato del sindaco. 

La fondazione doveva avere carattere strettamente confessionale. Vi potevano essere ricevute solo persone "che professino e pratichino la religione cattolica apostolica romana" e la religione stessa doveva trovarvi "il più assoluto rispetto e la più assoluta osservanza". Le clausole erano tassative e dovevano essere riportate nello statuto organico dell'ospizio, pena la decadenza del valore dei legati disposti a suo favore. 

Per l'opera prestata e "a piccolo segno della riconoscenza" della fondatrice, gli amministratori erano autorizzati a prelevare sui redditi la somma di cinquemila lire annue; il parroco poi aveva diritto ad altre lire cinquanta per la direzione spirituale dell'opera da lui svolta. 

Con la tipica mentalità dei vecchi nobili genovesi, la buona signorina non prevedeva i rivolgimenti che avrebbero scosso quel mondo, cui lei affidava le sue "rigide" condizioni e non sapeva che quel suo patrimonio sarebbe stato ridotto, pochi anni dopo la sua morte, a un valore più simbolico che reale. Con visione romantica della vita, lei non aveva considerato che la rendita di quella somma avrebbe offerto un margine assai modesto per le esigenze quotidiane delle sue assistite. 

Passarono degli anni prima che il suo caritatevole disegno trovasse l'auspicata realizzazione. Il "palazzo", già teatro dì aspri combattimenti, attendeva la sua nuova funzione sociale; occorreva però mettere in moto, e soprattutto sul piano economico finanziario, il meccanismo per cui esso potesse agire. 

Della benefica signorina, alla sua morte, si scrisse che con lei "è una piissima gentildonna che scompare, lasciando indelebile ricordo di sé. La sua fu vita claustrale, di suora, tanto visse solitaria e raccolta: di preghiera e di carità squisita. In Genova, ma più in Polcevera, ove passava gran parte dell'anno, era conosciuta ed amata, particolarmente dai poveri. ai quali era madre. "Fu un'anima eletta, un vero angelo. E Dio la chiamò a sé nella pienezza degli anni e dei meriti".

L'ospizio da lei disposto venne inaugurato il 1° agosto 1926 e progressivamente migliorò, mediante l'apporto di altri benefattori e l'instaurarsi di un migliore livello, economico della società. 

Oggi esso rappresenta un ambìto titolo di prestigio del piccolo paese. Non sono tanto le "vecchierelle" del luogo che trovano finch'è possibile nella famiglia il loro appoggio, a beneficiarne, quanto altre creature che, in più evoluto clima di politica sociale, hanno qui una casa confortevole e serena, ricca, non foss' altro, di quel calore umano e religioso che, in definitiva, la signorina Marianna sognava. A questo calore contribuiscono le cure delle Figlie della Misericordia cui, per volontà della testatrice, l'opera è stata affidata.

 

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